Intervista Ilaria D'Uva Vanity Fair

Intervista Ilaria D’Uva Vanity Fair

 

Ci stiamo preparando per il lancio di un sacco di novità! Il nostro CEO Ilaria D’Uva è stato intervistato da Vanity Fair e ha raccontato tutti i nostri ‘segreti, dal Duomo di Milano a Pompei’ e i prossimi progetti in cantiere.

Com’è cambiato quello che fa la D’Uva e come sono cambiate le audioguide in questi anni? Quali sono i suoi ultimi progetti e quali i prossimi obiettivi?

Ecco l’intervista completa:

Tutti i segreti di Ilaria D’Uva, dal Duomo di Milano a Pompei

 

di Valeria Vantaggi

 

Ormai lo diamo per scontato: vuoi che in un museo non ci sia un’audioguida? Ma allora, nel 1959, quando il diciannovenne Giovanni D’Uva installò la prima nel Duomo di Milano, fu qualcosa di davvero rivoluzionario, tanto che i giornali ebbero di che dire: era consono per una chiesa avere tutta quella tecnologia che ne svelava i segreti? Il problema, in realtà, non si poneva, visto che l’arcivescovo di Milano, Giovanni Battista Montini, che poi sarebbe diventato Papa Paolo VI, era più che felice di quella novità.

Certo, un bel «supporto» per partire. E così Giovanni ha schiacciato l’acceleratore e ha conquistato la Basilica di San Marco a Venezia, la Basilica di San Francesco in Assisi, la Basilica di Santa Maria ad Martyres e Santa Maria del Popolo a Roma, gli Scavi di Pompei e di Ercolano e poi e poi. Insomma, quasi un monopolio. E oggi, a guidare questa realtà è Ilaria, una delle figlie di Giovanni.

Lei ha ereditato un’azienda di famiglia: che responsabilità è trovarsi in mano un business importante già avviato e diventarne amministratore? È l’unica della famiglia che ci lavora? Nessun fratello o sorella?
«Diciamo che l’azienda più che ereditarla l’ho conquistata. All’inizio degli anni Novanta mio padre aveva comprato le quote dei suoi fratelli per donarle a noi figli e io, una decina di anni fa, ho fatto lo stesso: ho comprato le quote dei miei tre fratelli e ho preso la guida dell’azienda, che era ed è la mia passione. Io sono cresciuta nella D’Uva, perché mio padre ha sempre vissuto il lavoro coinvolgendo tutti noi. Mi ricordo di viaggi bellissimi, io e lui, le partenze all’alba, le chiacchiere in macchina, le visite dietro le quinte di musei e mostre, gli incontri con i clienti, le sagrestie fredde delle chiese più belle di Italia, le attrici che registravano le voci delle audioguide, le cornette tagliate da cui le ascoltavo. Non avevo scampo: potevo solo innamorarmi di questo lavoro. L’evoluzione della D’Uva è coincisa con il suo passaggio generazionale. L’85% delle piccole e medie imprese italiane è a conduzione familiare; parliamo di aziende creative e flessibili ma con una grande difficoltà di rinnovamento. Mi sono trovata a gestire un patrimonio di conoscenze e di presenza solida sul mercato oltre che un nome, che si è meritato il rispetto attraverso il lavoro a regola d’arte svolto negli anni, e l’ho traghettato verso una nuova D’Uva, capace di resistere alle crisi economiche e di sviluppare nuovi prodotti e nuove attività. Insomma, una bella responsabilità, che non finisce con l’attenzione verso il passato e verso la storia dell’azienda, ma che è principalmente una responsabilità verso il futuro e verso tutte le persone che lavorano in D’Uva e che ne costituiscono il vero patrimonio».

Come è cambiato quello che fa la D’Uva? Come sono cambiate le audioguide in questi anni?
«La D’Uva nel tempo è cambiata tantissimo. L’azienda è nata con un’invenzione, uno strumento che prima non c’era e a cui nessuno aveva pensato: le audioguide a moneta, poi ci sono state varie evoluzioni di quello strumento. A fine anni Novanta, siamo diventati gli agenti di un’azienda che produceva audioguide portatili digitali e le distribuiva a livello mondiale. Il primo sito in cui le abbiamo fornite è stato il Colosseo; poi, nel 2000, abbiamo vinto a Pompei, la prima e unica gara che sia stata fatta per la gestione del servizio di audioguida in un sito del Ministero dei Beni Culturali. Qualche anno dopo, abbiamo progettato una nostra audioguida, che è passata attraverso diverse evoluzioni fino ad arrivare all’ultima versione, che Michele De Lucchi ha disegnato per noi. Quel mondo produttivo, però, si è dissolto quando alla convention Apple del 2007, Steve Jobs ha tirato fuori dalla sua tasca il primo iPhone. Da quel momento, gli utenti si sono abituati a un nuovo modo di interagire con la tecnologia, a nuove interfacce, a una nuova qualità dei contenuti. Noi abbiamo seguito quella scia, abbiamo smesso di produrre hardware, abbiamo sviluppato un’app che innoviamo costantemente e abbiamo iniziato a utilizzare gli smartphone come dispositivi per lo storytelling nei musei, spostando l’attenzione dalla tecnologia al contenuto. Per questo abbiamo creato un gruppo di lavoro che mette insieme il progetto, la redazione, la regia, la fotografia, la produzione video, la comunicazione social e che ha sviluppato un nuovo modo di coinvolgere il visitatore attraverso un racconto meno nozionistico e sempre più emotivo, che tende a spostare la visita dalla conoscenza all’esperienza. Con il passare del tempo, ci siamo resi conto che non bastava più preoccuparsi del prodotto ma era necessario porre attenzione anche sul servizio e, dopo Pompei, abbiamo iniziato a noleggiare audioguide in diversi siti (Duomo di Siena, di Firenze, di Milano, il Pantheon, a Roma, ecc.). Dalle audioguide alle attività museali allargate il passo è stato breve e così oggi proponiamo tutti i servizi a supporto dell’esperienza museale (biglietterie, bookshop, audioguide, visite guidate). Fra questi, da pochissimo, si è inserita una novità: le caffetterie museali».

Quante audioguide fate? Quali sono i numeri degli “ascolti”? Una particolarità a cui lei tiene molto?
«Le audioguide che facciamo non sono mai abbastanza… nel 2019 ne abbiamo già installate più di mille, fra chiese, musei, siti archeologici, mostre temporanee e, ogni anno, più di 2 milioni di persone ascoltano i nostri audiotour. C’è una particolarità del nostro modo di lavorare a cui tengo molto ed è la disponibilità a migliorare il lavoro fino all’ultimo minuto. Seguiamo come un organismo flessibile le necessità dei nostri clienti e i loro cambiamenti, a volte anche repentini. E poi coltiviamo il pensiero creativo divergente: a volte è faticoso ma dà molta soddisfazione».

Capita che le audioguide siano noiosette. Che cosa fate voi per coinvolgere il pubblico?
«Per prima cosa cerchiamo di immedesimarci nel pubblico: è un passo indispensabile per incontrarne le aspettative. Poi studiamo il percorso che le persone seguono naturalmente, capiamo quanto tempo si fermano davanti a ogni opera e quando lavoriamo sui contenuti cerchiamo un compromesso tra le esigenze scientifiche del committente e le attese narrative del visitatore. Abbiamo sviluppato un modo semplice che facilita questo equilibrio: coinvolgiamo il curatore in una visita guidata che registriamo, per farne il punto di partenza del nostro lavoro. E poi pensiamo molto al nostro ascoltatore, da dove viene, che cosa si aspetta, quanti anni ha, con chi è. Insomma, ci poniamo parecchie domande. Fatto questo, ci concentriamo sulla produzione vera e propria, sulla scelta delle voci più adatte, sui tempi del racconto, sugli effetti sonori. E poi produciamo musica originale. Adesso, per esempio, stiamo producendo le musiche per l’audioguida destinata alla visita delle Vatican Chapels, sull’isola di San Giorgio Maggiore a Venezia».

Che cos’è l’ultimo prodotto che avete messo a punto?
«Se possiamo intenderlo come prodotto, l’ultimo nato in casa D’Uva è il San Giorgio Café con Filippo La Mantia, il café bistrot dell’isola di San Giorgio Maggiore a Venezia, che abbiamo avviato per la Fondazione Giorgio Cini, all’interno del progetto di accoglienza sull’isola: la nostra prima caffetteria museale. Parlando invece di audioguide, abbiamo appena concluso lo sviluppo della nuova app, che girerà su smartphone come videoguida e sarà pubblicata su AppStore e sul Google Store per scaricarla sui propri dispositivi. È una bella piattaforma che, oltre al racconto audio e video, integra diversi servizi: attivazione tramite beacon, geo referenziazione, funzioni di realtà aumentata e realtà virtuale, raccolta e analisi dati. Sarà disponibile prestissimo per visitare gli Scavi di Ercolano e il Duomo di Milano e in seguito la renderemo disponibile in tutti gli altri siti artistici dove siamo già presenti».

Qual è il gol che vi manca e al quale state puntando?
«Il nostro obiettivo è uscire dal sistema italiano, che in questi anni ha reso la vita degli imprenditori, in particolare nei beni culturali, complicata, poco redditizia e piuttosto statica. Puntiamo dunque all’internazionalizzazione e abbiamo in mente un progetto che spero di raccontare presto».

Com’è lo stato dell’arte in Italia?
«L’Italia è caratterizzata dalla staticità del mercato: a fine anni Novanta sono state bandite le gare per i servizi nei musei e ci sono siti dove gli operatori sono gli stessi da vent’anni (noi a Pompei, per esempio), perché le gare non sono mai state rifatte. Questo blocca il mercato. E se il mercato è bloccato, sono bloccati lo sviluppo e l’innovazione. Noi, a Pompei, come al Colosseo, dove siamo presenti da tantissimi anni, abbiamo rinnovato le audioguide almeno 5 volte, l’ultima l’anno scorso, nonostante non ci sia una certezza della durata delle proroghe (e non c’è niente di peggio per la programmazione imprenditoriale, che avere uno scenario incerto). Ma ci sono tanti musei dove si trovano ancora le audioguide installate nel 2000, spesso con gli stessi contenuti, che non corrispondono nemmeno più al percorso del visitatore».

Se lei dovesse rimanere chiusa in un museo in quale museo vorrebbe essere rinchiusa e perché?
«Vorrei rimanere chiusa nel MoMA, per convincere il direttore ad installare le nostre audioguide. E se non dovessi riuscirci, rimarrei in compagnia della Notte Stellata di Van Gogh, che è uno dei quadri più magnetici che abbia mai visto».

Quanto fatturate e quanti dipendenti avete?
«Nel 2018 abbiamo fatturato 3.500.000 di euro e in azienda lavorano 71 persone tutte regolarmente assunte. Lo dico con un certo orgoglio, perché ci sono ancora imprese concorrenti, che lavorano con le partite IVA e con il personale sottopagato. Noi proviamo a resistere sul mercato senza trovare scappatoie!».

Che tipo di formazione ha? Artistica? Economica?
«Ho studiato Media e Giornalismo, ma mi mancano 7 esami per laurearmi. Prima o poi finirò anche questa, è solo una questione di tempo».

Se non avesse avuto quest’impresa avviata, che lavoro avrebbe fatto?
«Da piccola sognavo di fare l’equilibrista, oppure la strega Samantha, di Vita da Strega. E forse sono diventata un po’ l’una e un po’ l’altra. In tempi più recenti, ho sognato di fare la fotografa o la fashion designer: mi piace comunicare attraverso le immagini e la bellezza. Alla fine, credo che se non avessi avuto questa impresa mi sarei dedicata al mondo della moda. Ho trasmesso questa passione a Giovanni Battista, il mio secondo figlio, che ha dieci anni, e passa i pomeriggi nella sartoria sotto casa, dove sta imparando a cucire e realizza piccoli oggetti: adesso sta facendo una borsa per me».

Lei ha tre figli: ci racconta il suo equilibrio casa/lavoro?
«Il mio equilibrio casa/lavoro si chiama Vanni del Gaudio, mio marito (è socio della D’Uva e lavora in azienda), che si occupa dei nostri figli quando io sono impegnata o sono in giro per l’Italia. E comunque le cose da fare sono sempre tantissime e quindi cerco di essere ben organizzata. Ho sempre un occhio sul cellulare per controllare se qualcuno a casa ha bisogno di me e per sistemare le cose a distanza. E poi ho delle piccole regole: quando posso cerco di tornare a casa la sera, tengo sempre un paio di scarpe da ginnastica in borsa per correre a prendere il primo treno possibile, accompagno mia figlia Enza a lezione di danza almeno una volta la settimana, cerco di non partire prima che loro siano andati a scuola, in modo da iniziare la giornata insieme, limito gli impegni nel week end, se accompagno Sebastiano, il più grande, nella piscina dove gioca a pallanuoto, mi porto il computer per continuare a lavorare sugli spalti; la tecnologia è una mano santa: riesco a lavorare con il telefono anche se sono a una festa di compleanno. E poi cerco di non rinunciare alla compagnia degli amici e alle lezioni nella palestra del mio quartiere, pur impegnandomi ogni giorno, per garantire il benessere della mia famiglia e il futuro dell’azienda che ho voluto e di cui sento tutta la responsabilità».

 

Intervista su Vanity Fair: https://bit.ly/2WrWhAp

 

 

 



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